
La lotta al brigantaggio nell’Italia meridionale non è un argomento meritevole di essere liquidato in modo così semplicistico, come ha fatto Valerio Marchi sul Messaggero Veneto del 17 agosto scorso nell’articolo “Guerra ai borbonici e ai briganti napoletani: la sfida del Regno d’Italia per il Mezzogiorno” recensendo il libro di Carmine Pinto “La guerra per il Mezzogiorno”. Carmine Pinto ha pubblicato questo libro nel febbraio 2019 e questa recensione di Marchi compare dopo un anno e mezzo!
Valerio Marchi ci presenta il libro di Pinto, apprezzabile per fonti, ricerca e giudizi, ma si è affidato alla controcopertina del libro stesso, notoriamente definita tra gli addetti ai lavori “bugiardino” per le inevitabili approssimazioni obbligate al riassunto. Basta leggere il libro di Pinto per farsi un’idea di cosa è stato il brigantaggio e la lotta operata su questo fenomeno.
Nel 1861 restavano sul tappeto del neonato Regno d’Italia tre nodi da sciogliere: l’unificazione amministrativa, la questione romana e il brigantaggio dell’Italia meridionale.
Ed è proprio la brutale lotta contro il brigantaggio (generato e non debellato dall’Unità d’Italia con operazioni che riviste oggi somigliano più a pulizia etnica che ordine pubblico) ad appassionare storici, giornalisti, politici e, ovviamente, il cittadino comune.
Insieme alla deindustrializzazione delle regioni del mezzogiorno, la lotta al brigantaggio non è argomento caro solo ai cosiddetti “revisionisti” del Sud. Sergio Luzzatto, docente di storia moderna all’Università di Torino lo definisce tra gli “argomenti di una vulgata ricorrente” che però “non contiene solo storia di accatto. Non è tutto falso. Tutt’altro”. Lo stesso Luzzato senza mezzi termini definisce la lotta al brigantaggio una repressione “indiscriminata senza prigionieri”, “la ferita più grave del Risorgimento, che non si è mai rimarginata del tutto”.
La storiografia ha oggi la grave colpa di non aver mai operato una corretta ricostruzione, ma le stragi di Pontelandolfo, Casalduni, Auletta, Scurcula, Campolattaro e di tanti altri paesi del Mezzogiorno, martirizzati in nome dell’Unità d’Italia, echeggiano ancora e provocano dolore. I numeri ufficiali dei morti non si conoscono e, forse, non si sapranno mai. “Sono cose sparite dai libri” ci ricorda Luzzatto, ma che riemergono nella memoria collettiva, dalla toponomastica popolare che ricorda eccidi e rastrellamenti di briganti.
Tra questi briganti, spesso, vi erano anche uomini entusiasti di Garibaldi e della sua spedizione, delusi delle mancate promesse di redistribuzione delle terre.
Ma sulla lotta al brigantaggio e sul comportamento violento e repressivo nei confronti delle popolazioni meridionali ci sono citazioni famose come quella di Cavour a Farini, di Lamarmora, di Luigi Menabrea (Presidente del consiglio italiano), Francesco Proto Carafa (autore della famosa mozione presentata al primo parlamento unitario e mai pubblicata negli atti parlamentari), Giuseppe Ferrari (deputato del Regno d’Italia), Alessandro Bianco (conte di Saint Joroz), Pasquale Stanislao Mancini (deputato del regno d’Italia), McGuire (deputato scozzese), Benjamin Disraeli (parlamentare inglese), Nocedal (deputato spagnolo), Lord Lennox (parlamentare inglese).

La lotta al brigantaggio fu guerra coloniale e questa non è un’affermazione solo mia. Persino uno degli storici più accaniti nei confronti dei revisionisti del Sud, Alessandro Barbero, lo dice senza mezzi termini. In occasione di una manifestazione di E Storia di qualche anno fa, lo storico piemontese tra le altre cose affermò: “L’Esercito italiano nei confronti del Brigantaggio reagì fucilando, e ancora fucilando, e ancora fucilando. Esattamente come farà poi, e qui porto acqua al mulino di chi dice che il Sud era una colonia e lo è ancora oggi (io non lo credo), e questo si può dire perchè l’Esercito Italiano si è comportato negli anni 60 dell’800 nel Sud così come si è comportato in Libia, Etiopia e in Jugoslavia”. Queste sono parole, ripeto, di Alessandro Barbero.
Vorrei terminare citando il personaggio più emblematico del Risorgimento italiano e cioè Giuseppe Garibaldi. Nella sua opera “Lettere ad Anita e ad altre donne”. Garibaldi deluso dell’Unità d’Italia si dimise dal Parlamento italiano e scrisse una lettera a donna Adelaide Cairoli così: “Ho la coscienza di non aver fatto male; nonostante, non rifarei oggi la via dell’Italia Meridionale, temendo di esservi preso a sassate da popoli che mi tengono complice della spregevole genia che disgraziatamente regge l’Italia e che seminò l’odio e lo squallore là dove noi avevamo gettato le fondamenta di un avvenire italiano, sognato dai buoni di tutte le generazioni e miracolosamente iniziato”.
Queste testimonianze devono portare ad una riflessione per una riscrittura della storia del Risorgimento se si vuole una vera e propria riappacificazione e non tentare di argomentare in maniera scorretta, né tantomeno farsi tentare dall’oblio, per accantonare questi argomenti, perché oramai è passato tanto tempo, come recentemente affermato da Corrado Augias su RAI 3.
Ferdinando Luisi
